PACS E UNIONI CIVILI SPACCANO ATZARA
Su iniziativa della giunta di centrosinistra oggi il Consiglio comunale decide sull'istituzione del registro per le coppie di fatto
venerdì 20 gennaio 2006 - Unione Sarda

 

Il sindaco: «Diritto universale». Il parroco: «Violenza morale»

 

Dal nostro inviato Piera Serusi Atzara Questa storia qua, figurarsi, ha fatto perdere la calma persino a don Chicchi Serra, il parroco del paese, uno talmente soave che più che un sacerdote cattolico sembra un monaco buddista. Insomma, il Comune che vuole inaugurare il Registro delle Unioni Civili per metterci dentro le coppie di gay e lesbiche e quelle di chi non vuole sposarsi davanti al sindaco o davanti al parroco. «Che cosa ne penso? Penso che si tratti di un gesto di enorme violenza morale. Come può avere un riconoscimento pubblico un'unione tra omosessuali o tra persone che rifiutano il vincolo giuridico del matrimonio? Qui si vuole fare un atto amministrativo che viene rifiutato da gran parte della gente». Nella sua casa all'ingresso di Sorgono, sei chilometri dalla parrocchia di Atzara, ieri mattina a mezzogiorno il prete - 71 anni, ex missionario - era in pausa pranzo. Non è preoccupato più di tanto, ma insomma come stareste voi se foste un sacerdote circondato dai rossi? E sì, perché ad Atzara - giunta di centrosinistra con un sindaco dei Comunisti Italiani - i comunisti, con Rifondazione, occupano persino i banchi dell'opposizione. «Sono circondato sì. I comunisti hanno sempre lo stesso atteggiamento nei confronti della Chiesa: davanti al sacerdote lodi sperticate, e inchini di rispetto. Alle spalle: calci negli stinchi. Comunque: mattina e sera io li passo vicino ai miei parrocchiani. Li conosco bene, non sono persone da accettare cose come queste...». E saprà pure il fatto suo, il parroco, circa la tonicità dell'anima dei suoi fedeli, se ogni anno benedice almeno quattro sposalizi e se ai suoi corsi prematrimoniali i fidanzati non mancano una lezione. Saprà pure il fatto suo, insomma, se ogni volta comincia il corso con la stessa domanda. «Chiedo: "Scusate, perché siete venuti da me? Perché non andate dal sindaco?"». Già, il sindaco. Lui, giusto per fare subito il paragone, qui ha celebrato soltanto tre matrimoni con rito civile. Trentuno anni, celibe, una laurea in Scienze dell'Educazione (con tesi sulla didattica dell'educazione sessuale), diversi esami in Scienze della Comunicazione - Alessandro Corona ha un brillantino al naso, un look Glorioso Cremlino e la foto col faccione di Armando Cossutta sulla scrivania del suo ufficio in Municipio. «Il partito ha dato un'indicazione e io spero che il registro delle unioni civili non venga istituito solo ad Atzara ma anche nei paesi della zona. Intanto sto chiamando i miei colleghi della Barbagia-Mandrolisai...». E intanto per questo pomeriggio ha convocato un consiglio comunale con all'ordine del giorno, oltre alla discussione sui Pacs, l'approvazione del registro delle unioni civili. «È chiaro che, non essendoci ancora una legge nazionale, questo non avrà alcun effetto ma - spiega il primo cittadino - è un modo per riconoscere quello che è un diritto universale. Qui non si parla solo di coppie omosessuali, ma anche di uomini e donne che, pur non accettando il matrimonio, chiedono un riconoscimento della loro unione». Famiglia cattolica, chierichetto fino all'età di 16 anni - Alessandro Corona (che è l'unico sindaco piazzato in Sardegna dal suo partito) sceglierebbe il matrimonio civile, quello in chiesa oppure il pacs? «Il matrimonio in Comune. Ma non avrei problemi nel caso in cui la mia futura fidanzata volesse sposarsi in chiesa con l'abito bianco». Il Pacs no? «No, ma è giusto che, qualora ci sia qualcuno che ad Atzara volesse scegliere questa forma di unione, ne abbia la possibilità». Mille e 283 abitanti (172 i giovani della fascia 19-30 anni; 168 quelli dai 31 ai 40) ad Atzara non ci sono convivenze che don Chicchi Serra chiamerebbe more uxorio; si contano un paio di divorziati, e qualche decina di coppie sposate solo in municipio. «Ma questa storia dei pacs...». Don Chicchi Serra («Mi chiamo Enrico, ma in paese sono conosciuto con questo nome fin da bambino») è pronto a dare battaglia. «Se ho paura che qualcuno si iscriva a quel registro? No. Io ho paura per loro, per gli amministratori, perché nei nostri paesi farsi segnare a dito non è positivo». 20/01/2006